12 settembre

Il tarup è un attrezzo che taglia l’erba dalle capezzagne o comunque da aree dove c’è erba alta. E’ attaccato ad un trattore e funziona con la presa cardanica che dal trattore trasmette forza all’attrezzo.
Oggi ho tagliato l’erba dalle capezzagne del campo che si chiama Moretto, in previsione della dismissione prossima di alberi di scarto. (Ora, non per dire, se avete bisogno di alberi a buon prezzo, prima che capiti l’irreparabile, fatevi avanti, vi prego!).
Si usa il tarup con marce basse, le cosiddette “marce lente”, specie se l’erba è altra: sul pomello del cambio, la marcia lenta, è evidenziata dalla sagoma di una tartaruga, al contrario delle “marce veloci” che sono simboleggiate dalla sagoma di una lepre. A proposito di lepri: ne ho viste ben tre adulte, secondo me si aspettavano a vicenda, secondo me avevano una certa fregola di intrattenersi. Vicino al mucchio di rami prossimi al rogo (ma non prima del 16 di ottobre altrimenti mi mettono in galera), ho scoperto due mini leprotti che son sbucati e scappavano a razzo, zigzagando. Ho pensato subito a Peter ed al festino che avrebbe consumato, se fosse stato lì. Ho visto una fagiana, che è molto meno bella di un fagiano, ma coi colori che si trova addosso anche lei fa quel che può. Ho visto una poiana così austera eppure i corvi son più cattivi e la fanno scappare.
Ho visto che dopo il taglio dell’erba, lungo l’argine, in mezzo alla menta selvatica, c’è una quantità di farfalline azzurre impressionante. Così io ve lo dico perché è stata la prima cosa che ho pensato vedendo tutto quel ben di dio: la crisi nel vivaismo ha permesso agli insetti di riappropriarsi di un territorio deturpato dalla chimica. E forse è l’unica cosa positiva di tutta questa deriva agricola che fatica a chiamarsi “rinascita”.
Molti alberi innestati a suo tempo da mio papà, stanno capitolando a favore del selvatico (che farà morire l’innesto): penso a quanto lavoro, quanto lavoro per niente, quante cose vanificate, quanta passione che non darà bellezza. Quindi, mi ripeto, se volete alberi a buon prezzo scelti tra i più belli (e ce ne sono, credetemi), io e mio papà vi aspettiamo.
Et buonanotte…

27 agosto

Di ieri.

La giovanotta racconta a me e Cencio Molle le sue sventure e poi dice “ma stamattina, nel letto, mi sono toccata il corpo e mi sono detta che ero viva e già questa era una cosa stupenda: sono viva!” E sorrideva,  poi rideva in modo contagioso, stringendosi con le mani le spalle. E poi ha detto che il suo corpo in questo periodo “secerne parole”. Il corpo trasuda sudore, umori, ma questa cosa delle parole no, non l’avevo mai sentita. Ed è bellissima!

Poi usa il termine “mattonare” per descrivere la ricostruzione che lei ha fatto delle sue fondamenta, le fondamenta della sua vita dopo i brutti momenti. Così mi sono fatta la visione di questa donna che con la pala metaforica fa una trincea piuttosto fonda e ricostruisce con il cemento del cuore e i mattoni dei sentimenti, una nuova e solida struttura.

“Siamo noi i fautori della nostra felicità, nessun altro. Ma ora devo cercare un altro lavoro…”

Avrei voluto volare via di gioia.

 

Di oggi.

Stamattina stiro la mia pila settimanale e intanto guardo RaiStoria con un documentario-diamante su Togliatti Grad, la città russa costruita apposta alla fine degli anni sessanta, a seguito della realizzazione di una mega fabbrica che doveva produrre autovetture per la Russia in accordo con la Fiat (all’epoca in Russia c’era una vettura ogni 240 abitanti).

Durante l’intervista di un anziano ingegnere che Fiat mandò a lavorare laggiù, questi prese in mano una radiolina, la accese e disse al giornalista: “vede? Questa radio è molto bella, funziona bene, è facile da usare e sa dove viene prodotta? In Cina. Ecco, basta il know-how e una cosa di questo tipo può essere prodotta anche in Africa ma c’è una cosa che nessuno potrà mai riprodurre esattamente: l’entusiasmo che allora avevamo per la realizzazione di questo progetto. Capisce? L’entusiasmo…”

 

Di domani.

Chi lo sa.

 

Et Bnotte…

 

11 agosto

In meno di dodici ore, due conoscenti che raccontano di voler innalzare un muro a separazione dal vicino di casa.
Chi per il fumo del barbecue, chi per il sospetto di vedersi (senza in realtà mai aver visto) avvelenare le piante della siepe. Ognuno a tutela di un qualcosa…
Invece a me piace l’Olanda dove nessuno ha una cinta, uno steccato, una rete metallica e al massimo, se proprio mi devo separare da te, impiego alberi a forma obbligata che nemmno hanno la pretesa di erigersi chiudendo lo spazio: qualcosa da intravedere ci deve essere sempre.
In Olanda, ma spesso anche in Francia, raramente alle finestre ci sono delle tende e se ci sono coprono metà vetro e dentro ci puoi vedere dei piccoli universi domestici.
Qui invece tutto deve essere circoscritto: “questo è esattamente mio e quello è esattamente tuo”.
Quindi abbasso muri e cinte e reti metalliche. Abbasso, abbasso!
Et buonanotte…

9 agosto

Due francesi ed uno spagnolo dotati di vecchie Taurus, uno di loro è rimasto a piedi e attendono in qualche modo di riuscire a risolvere il problema. Chiedono di poter piantare le tende da qualche parte: non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Decidono nella parte di vivaio più adiacente all’argine. Due moto restano giù, con una terza raggiungono il vecchio mulino e perlustrano la riva, bevono acqua da bottigliette, ad una moto è attaccata una salsiccia tutta rinsecchita.
Han girato tutta l’Europa fino a raggiungere la Turchia passando per Albania, Grecia e poi a ritroso fin proprio qui.
Lasciano sulla capezzagna un telo, dei calzini, un taccuino, bottiglie vuote di coca cola e di acqua. Uno di loro è andato a cercare cosa mangiare per cena. Cerco di immaginarmeli, adesso, nell’intento di liberarsi delle innumerevoli zanzare ed altre amenità e insetti, fumando sigarette, cercando qualcosa dai cellulari, vicino alle loro Taurus vecchie che mi ricordano, stilisticamente parlando, quel film sul Che in motocicletta.

Et buonanotte a tout le monde!

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3 agosto

Da alcuni giorni volevo raccontarvi un aneddoto che mi è tornato in mente leggendo di questa fòla della disgustosa pizza con l’ananas, solo che i giorni passavano e l’eco dell’ananas si affievoliva sempre più. Poi oggi, dalla parrucchiera, sull’ultimo numero del fantastico Vanity Fair, ecco che riappare la notizia dell’ananas sulla pizza…e quindi via, vi racconto questa storiella capitata circa venti anni fa.
Partecipiamo, con un nutrito gruppo di vivaisti locali, ad una gita in Germania per visitare altri vivai. La Germania ha dei vivai meravigliosi con produzioni programmate in funzione di ciò che viene realizzato a livello urbanistico. Visitiamo realtà molto belle ma pranzi e cene vedono protagonisti wurstel, crauti e patate (anche in sequenza differente). Poi niente, un giorno optiamo per una pizzeria. Mio papà era talmente contento all’idea di mangiarsi una pizza che nemmeno si pose il problema del gusto e della farcitura che doveva avere. Così disse all’interprete di dire alla cameriera che qualsiasi pizza andava bene.
Non dimenticherò mai la faccia delusa e amareggiata di mio papà nel vedere un’oscena pizza con prosciutto cotto e ananas….ma si può?
Et ciao (papà)…

16 luglio

Nel docufilm Fosco Maraini è in Giappone con la famiglia. In Italia Mussolini fonda la repubblica di Salò e a tutti gli italiani all’estero chiede di firmare una dichiarazione di appoggio. Fosco Maraini non firma e per questo, visto che il GIappone è alleato con la Germania, lui e la sua famiglia vengono internati in un campo di concentramento. Il tempo passa, lui, la moglie e le figlie, soffrono gli stenti, la fame in primis. Fosco, grande conoscitore della cultura giapponese tra cui quella dei samurai un giorno, trovando un accetta, si amputa un dito e lo scaglia contro i soldati a guardia del campo di prigionia. Nella cultura dei samurai, un simile atto nei confronti del nemico prevede un credito da parte del prigioniero. Il militare gli riconosce il diritto ad avere una capra dal cui latte, Fosco e la sua famiglia, riescono a trarre sostentamento per i giorni a venire.
Poi niente, vengono sganciate le bombe di Hiroshyma e Nagasaky e i prigionieri dei campi di concentramento giapponesi, vengono liberati dagli americani.
Dacia Maraini, quando stava con Moravia, ha viaggiato moltissimo. In uno di questi viaggi, in Africa, con Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. Maria Callas aveva un debole per Pasolini ma senza alcuna possibilità, naturalmente.
“Dopo una notte in cui Pier Paolo e Maria dormirono nella stessa stanza, in una bettola sporca e senza alcun tipo di minimo comfort, Maria mi disse “ho sempre conosciuto uomini inadatti a me, che mi hanno fatto soffrire, dici che sto sbagliando anche con Pier Paolo?””.
Grazie RaiStoria!

6 luglio

La figlia di un vivaista è cresciuta certamente con i nomi delle piante in latino. Ma anche con i nomi comuni.
“Ma perché il latino?” mi chiedono a volte i ragazzi a scuola.
“Perché così il nome identifica la stessa pianta in tutti i paesi del mondo”
Morus Alba, el mùr, quel biànc (il gelso, quello bianco)
Morus Nigra, el mùr, quel négher (il gelso, quello nero)
Faccio passare i termini in latino nel libro, un po’ velocemente, ma sono davvero pochi quelli con cui son venuta in contatto durante il lavoro in vivaio ma naturalmente perché nel libro c’è molto e non specifamente sugli alberi. Li cerchio con la matita.
Esempio: Aurantiacus (dai fiori arancioni) e mi viene in mente l’Osmanthus Aurantiacus dai profumatissimi piccoli fiori color arancio. Ne ho tre piante nel giardinetto dietro l’azienda, per esempio. Alatus (dotato di ali) come l’Euonymus Alatus, arbusto a foglia caduca dalle sgargianti foglie rosso sangue durante l’autunno con questa caratteristica forma dei rami, un po’ spioventi sul finale, proprio come fossero ali.
Rosa Lutea (Luteus, lutea, di colore giallo) Banksiae, rosa rampicante dalla fioritura gialla a mazzetti e senza alcuna spina.
Fastigiata ovvero con rami lunghi e rivolti verso l’alto a dare forma a colonna e così possono essere certi Carpinus, certe Quercus, certe Robinie. Davida Involucrata dal nome di padre David che in un suo viaggio in Cina riuscì a portare in Europa questa pianta e sua è anche la “scoperta” della Buddleja Davidii, chiamata anche l’albero delle farfalle perché le attira su di sè.
Questi sono alcuni esempi, Ce ne sono tremila nel libro ma sono pochi, ne mancano altri, molti altri.
Così ogni giorno, non esagero, penso alle piante che conosco del cui nome latino non si fa cenno nel libro. Ma quante sono? E quante ce ne sono nel mondo?
Bel libro, vale la pena di avercelo.

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27 giugno

Mia sorella racconta l’aneddoto di un fatto a cui ha assistito in una casa di riposo. Nella casa di riposo, un’anziana signora in carrozzina, viene spinta da un’ausiliaria di colore nel suo camice azzurro. L’ausiliaria ha un’espressione neutra, come se pensasse a qualcosa d’altro.
“Vattene brutta negra, torna in mezzo ai tuoi serpenti!” sbotta l’anziana e l’altra rimane con la sua non-espressione, come fosse letteralmente sorda o come se conoscesse già da molto tempo le argomentazioni dell’anziana. Imboccano il corridoio che porta alla stanza della signora. Da una stanza laterale esce un ausiliario “E tu, tu!” fa l’anziana rivolgendosi al giovane e segnandolo con il dito “tu torna a casa dai tuoi amici culattoni!”.
Diventare anziani così è brutale per tutti: per l’anziana, per chi la deve assistere, magari anche per i famigliari. Comunque è sempre brutto per il mondo intero, in generale.
“Spero di non diventare così, quando diventerò stupida dalla vecchiaia…” ho detto.
“Beh, se anche fosse” fa mia madre “faresti come la vecchia seduta sulla carrozzina che si fa spingere da un’africana…e magari neanche te ne accorgeresti delle cose che le dici…”
Ecco, insomma, speriamo di no

24 giugno

Mi si chiudono gli occhi. Caldo logorante, aria condizionata accondiscendente. Stanchezza fotonica, il letto come un canto di sirene, chiama.
Stamattina, in un frangente mercatale, ero coi gomiti appoggiati al tavolo, mi reggevano la testa, la palpebra calante, saranno state le dodici e mezza. Dopo un nanosecondo dal calo della palpebra sento “mamma che caldo, ma come fa a resistere?” Così ho aperto di nuovo gli occhi e mi sono trovata, dall’altra parte del banco, la signora, insegnante in pensione, che ogni sabato, specie d’inverno, si mette seduta sulla panchina proprio dietro al mio banchetto, a prendere il sole. Stavolta aveva l’aspetto più curato del solito, una mise molto elegante, ciuffo domato dalla parrucchiera, sorriso aperto. Questa signora una volta mi aveva chiesto di sniffare qualcosa che l’aiutasse a scacciare i cattivi pensieri. Così le avevo fatto annusare l’arancia dolce, lavanda officinale, a turno.
“Le auguro davvero buona giornata” mi ha detto “io ora vado a casa e voglio rinfrescarmi il volto da tutta questa calura…mi raccomando, stia bene” e se ne è andata. Sono riuscita, come fossi stata un’eco, a salutarla velocemente.

31 maggio

Ad un tavolino del bar dell’ospedale, quattro donne, dall’aspetto piuttosto giovane, tutte palesemente ammalate oncologiche, stanno facendo colazione.
Aspetto appoggiata allo stipite della porta della stanza 5-6.
Passa una signora e comincia a raccontarmi di quella volta che con suo marito va al pronto soccorso per un problema ad un piede dell’uomo. C’è un medico di turno che gli fa un’incisione a mente serena e…la donna spiega tutto con dovizia di particolari: l’incisione e tutto quello che esce dall’incisione. Sento così un esercito di formiche risalirmi dal fondo pancia allo stomaco e poi su, su fino quasi al cuore.
“Si sente bene?” chiede
“No”
(il fatto è che non mi fa schifo niente ma i racconti mi impressionano)
Stamattina un uomo sempre serio, ma non lo era in quell’occasione, mi chiede “Sei felice?”
“Felicità parola grossa, in fondo non ci credo ma ci provo…”
Era per dire all’uomo sempre serio, che varrebbe la pena provarci, alla felicità, sempre. Anche se poi non è come ce la si aspettava, perché in fondo si credeva che la felicità fosse qualcosa di più, di più di quel bello che ci era capitato fino a lì.
Parola grossa, “felicità”.