14 maggio

È una domenica tranquilla e sono stesa sull’erba. La temperatura è perfetta, c’è anche un po’ d’aria.

Nel “bosco” si sentono gli uccelli cantare e pochi mezzi, in lontananza, sulla provinciale.

Ora sento anche i gruccioni con il loro canto-fischietto. Un cuculo!

Peter è andato a caccia di odori, e non sento più il suo passo nell’erba alta.

Tra un po’ mi addormento anche se una formica mi sta camminando sulla schiena.

25 Aprile

Marguerite Duras era a Parigi, resistente all’invasione tedesca della città, insieme ad altri, tra cui Jacques Morland – nome di battaglia di François Mitterrand. Durante un’imboscata Marguerite riesce a fuggire ma viene catturato suo marito, Robert Antelme, e deportato in Germania, in un campo di concentramento, nel giugno del 1944. Fino alla fine della guerra, la scrittrice non saprà nulla del marito. Marguerite resta settimane, mesi in attesa: un’attesa ossessiva, immensa e opprimente. Un’attesa che dura quasi un anno.
François Mitterrand diventa sottosegretario di Stato per Rifugiati, Prigionieri e Deportati e nel maggio del 1945 viene inviato in missione a Dachau dove ha consapevolezza dell’orrore e, in mezzo a cadaveri e uomini e donne tra la vita e la morte, viene riconosciuto da Robert che lo chiama per nome. François stenta a riconoscere Robert in una figura esile, di 35 chili. Tenta di farlo uscire ma gli americani glielo impediscono per via del tifo. Mitterrand torna a Parigi ma cerca di organizzare il ritorno di Robert che avviene di lì a qualche giorno. Il ritorno è un viaggio fatto di parola durante il quale Robert non smette mai di parlare, di raccontare gli eventi come preso dalla paura che la morte se lo prenda prima e sotto l’effetto di una necessità la cui forza travalica tutto.
Marguerite sa che Robert sta arrivando, è stata avvisata telefonicamente e le hanno anche detto che è più terribile del previsto; lo aspetta sul pianerottolo dell’appartamento al primo piano. Quando lo vede salire le scale non si capacita: urla e corre a nascondersi dentro ad un armadio, dietro a dei vestiti. Ne uscirà dopo molte ore.
Buon 25 Aprile, giorno della Liberazione dal nazifascismo.

18 aprile 2017

“Della luna e delle stelle
io mi stupisco sempre
della gente che lavora per niente
io mi stupisco sempre
della neve di dicembre
io mi stupisco sempre
della saggezza delle piante
io mi stupisco sempre”                –               Ex Otago – Gli occhi della luna

Sono in macchina e stanno andando da qualche parte.
Ad un certo punto lui le dice “Ma quali sono tra queste piante che passano dietro al finestrino, i sambuchi? Queste con i grappoli bianchi?”
“Ma no, queste sono robinie, i sambuchi sono….sono, eccoli, quelli con i fiori bianchi a ombrello…”
Ma intanto sono già fuggiti dietro al vetro soppiantati da olmi, cornioli, altre robinie.

La foto del 40° anniversario di matrimonio: hanno due sorrisi che sembrano di quando aspettavano di uscire insieme, il sabato sera che avevano meno di vent’anni. Nella foto, lì vicino, c’è il mare: mangiano pesce in luoghi che non hanno mai visto prima, in Puglia, prima volta nella loro vita, tutta quella strada in macchina con una coppia di amici che si sono sposati lo stesso anno. Doppio festeggiamento.
E’ uno di quei posti lungomare, che mangi e senti il mare vicino, ci sono delle arelle di bambù a separare il pavimento dalla sabbia della spiaggia. Sul tavolo una torta con scritto 40° anniversario e una bottiglia di spumante.

La temperatura è crollata e le peonie sono quasi del tutto sfiorite.
La Natura soffre: dai 25 ai 7 gradi.
Natura, io ti amo e non ti vorrei mai vedere soffrire.
Io non vorrei veder soffrire nessuno ma oggi ho trovato un articolo in cui Bauman spiega, per come l’ho capita io, che per contrastare l’incertezza e l’incapacità di prendere decisioni, rimanendo in un limbo che crea frustrazione e immobilismo nell’agire, che occorre applicare la FELICITA’.
“La felicità – spiegava Bauman – «è uno stato mentale, corporeo, che sentiamo in modo acuto, ma che è ineffabile. Una sensazione che non è possibile condividere con altri. Ciononostante, la caratteristica principale della felicitè e’ quella di essere un’apertura di possibilità, in quanto dipende dal punto di vista con il quale la esperiamo. Nell’antichità la felicità era una ricompensa per pochi eletti selezionati. In un momento successivo venne concepita come un diritto universale che spettava a ogni membro della specie umana. Successivamente, si trasformò in un dovere: sentirsi infelici provoca senso di colpa. Dunque chi è infelice è costretto, suo malgrado, a trovare una giustificazione alla propria condizione esistenziale».
Ma esiste una seconda linea di evoluzione del concetto di felicità: la felicità come stato finale, come obbiettivo al quale dobbiamo tendere. La felicità come fine concreto, che abbiamo dimenticato.”
Pare poco?
Et buonanotte.

25 marzo

Stamattina stavo preparando il banchetto in attesa di Cencio Molle che mi sostituisse per via dei colloqui a scuola.
Ero lì di spalle che sistemavo le cassette e Alberto Scaroni stava fischiettando Agnese di Ivan Graziani ed è stato come se si aprisse una specie di voragine che mi tirava giù. Una cosa lontana di quanto ero ragazza molto piccola, legata alla radio, unica fonte di condivisione invisibile dalla quale usciva musica diretta verso il resto dell’universo, o chi lo sa verso chi.
Tornata da Remedello al mercato, sono passata e ho detto ad Alberto che mi era piaciuto il fatto che mi avesse ricordato Ivan Graziani e così niente, ho passato tutto il pomeriggio con Agnese a farmi compagnia. Anche adesso.
“…io vado in bicicletta
per sentirmi vivo
alle cinque di mattina
con la nebbia nei polmoni
però non c’è più Agnese
seduta sul manubrio
a cantar canzoni..”
Et grazie di tutto, ciao.

19 marzo

Mio papà non rideva mai nelle foto, tranne in due.

Nella prima è in Puglia, durante un viaggio organizzato apposta per quell’occasione in cui, con mia mamma ed una coppia di amici storici con i quali si erano sposati lo stesso anno, stavano festeggiando il quarantesimo anniversario di matrimonio.

L’altra foto, dove ride di un sorriso straordinario, è durante la grigliata seguita alla prima festa della lavanda, nel 2011.

Agli inizi di giugno, ogni anno,  mio papà era un incrocio tra un siciliano e un africano tanto era abbronzato e scuro, oltre ad avere degli occhi profondi e scuri come un pozzo e capelli leggermente brizzolati tendenti ancora al nero, profondi solchi in faccia, intorno agli occhi. La sua era una faccia del tutto geografica, esprimeva le traiettorie del sole, del vento e di svariati dispiaceri.

Nella foto mio papà porta una camicia a piccoli quadretti bianchi e blu, gli occhiali da vista, un paio di pantaloni della festa.

Ride perché la fotografa che l’ha immortalato già di suo calamitava sorrisi e quindi era stato facile arrivare fin lì.

Poi non so, a me qual sorriso unico e irripetibile mi pare tutto meno che di un “assente”.

13 marzo

Vado da Equitalia a Cremona, via Filzi, 40: la commercialista mi ha chiesto di andare a chiedere informazioni per una questione.
Entro e appena dentro, sulla destra, la macchina che eroga numeri.
Ho 22. Dietro di me entra altra gente ma la macchina è inchiodata e non eroga più numeri. Sul muro, sopra la macchina, campeggia un foglio sul quale si spiega che in caso di mancata erogazione dei numeri a causa dell’eccessivo afflusso di persone, verrà garantito il servizio a chi il numero ce l’ha. Qualcuno di chi è entrato dopo di me scuote la testa e se ne va.
C’è una ragazza vicino alla macchinetta che mi dice che sta male, che è angosciata, che gli è arrivata una cartella di 33 mila euro ma lei il bar l’ha venduto anni fa e ha con sè l’atto di vendita. Mi parla come se condividere questa angoscia con me le servisse a far passare il tempo da lì al momento del suo turno allo sportello. Poi mi dice che il suo commercialista non ha cancellato all’inps la sua posizione e quindi tutti quelli della busta sono la somma di contributi non versati. “Ora ho un lavoro di mille euro al mese: come farò a pagare questa cifra?” Io non so che dire, faccio un maldestro tentativo per sdrammatizzare ma è meglio che non dica niente.
Entra un signore anziano e anche questo comincia a raccontare che nel 2007 acquista da un privato una vettura usata. Fa fare il passaggio di proprietà all’ufficio ACI del suo paese. Poi niente, qualche settimana fa una pattuglia di carabinieri fa un controllo sulla targa della sua macchina e se ne evince che la macchina è in stato di fermo dal 2004. Lui va poi all’ACI che ha svolto il passaggio spiegando l’accaduto e gli viene detto che loro non sono tenuti a fare visure preliminari sullo stato di possesso dell’auto da parte dei precedenti proprietari.
Poi niente, arrivano i soci di una società di carpentieri e anche se la macchinetta non eroga il numero dicono che aspetteranno che finisca l’ultima consulenza e chiederanno informazioni.
Durante l’espletamento della mia pratica allo sportello, poco distante da me ad un altro sportello, i due carpentieri apprendono che la somma sulla lettera che hanno ricevuto, non è altro che IVA non versata. L’addetta oltre il vetro con voce adamantina dice testualmente in un modo che tutti i presenti potessero sentire “Sarebbero 1.800 euro ma per effetto della rottamazione diventano 200 euro. E’ un regalo grazie alla rottamazione, capisce?!”
Poi niente, avrei voluto telefonare a qualcuno di importante e dirgli “ma come siamo messi?”, ma di importante, come noto, io non conosco nessuno.
Un’ora d’ansia tra muri e gente e storie tristi.
Et ciao!

7 marzo

Devo proprio dire che, pur avendo abbandonato da tempo i viaggi di piacere – perché mi diletto in altre attività che di piacere me ne danno tantissimo a prescindere – so ancora apprezzare il viaggio in quanto tale, anche se riguarda il dover andare a ritirare delle lavande ad Albenga.
Cielo azzurrissimo con sprazzi di nubi e vento feroce tanto che in autostrada, da Genova in poi, non facevo più degli ottanta all’ora. Il mare era una tavola di carta stagnola blu, c’erano fiori gialli lungo le scarpate, le mimose non erano ancora fiorite, ho visto qualche prunus selvatico vestito di un bianco puro.
Era una situazione bellissima: a me il viaggio fa sognare, riflettere, rimuginare, organizzare le cose di ogni giorno, il viaggio è la mia agenda metafisica, il mio confessionale “tra me e me”, il mio refettorio dell’anima quando nessuno mi vede e mi giudica e mi dice “ma quella cosa non la potevi fare in altro modo?”. Per me il viaggio in solitudine, su chilometraggi elevati come oggi, è a mio appannaggio esclusivo, libero, indipendente, insostituibile, unico e necessario. Una volta ogni tanto.

La signora Vinotti, che fa molti tipi di lavanda e ne sa , mi è molto simpatica perché i suoi sorrisi sono centellinati come fossero qualcosa di prezioso che va assunto a piccole dosi (e mi piacciono appunto le persone che te le devi conquistare). Con oggi è la terza volta che ci vediamo ma ho avuto la netta sensazione che i nostri biscotti alla lavanda le potrebbero piacere – e glieli porterò la prossima volta – e lei è certa del fatto che mi piacerebbe il suo liquore alla lavanda – e me lo darà la prossima volta che scenderò laggiù. Suo marito Mauro ha la faccia da marinaio. Mi piacciono entrambi perché potrebbero essere verosimilmente l’uno lo specchio dell’altro e l’immagine non cambierebbe.

Al ritorno ho fotografato con gli occhi Genova, il porto e quel corridoio di cemento che dal porto si immette nel mare formando una L. rovesciata. C’era una grande nave mercantile rossa, non attraccata ma ancora nel mare. Sembrava un fiore in tutto quel blu.
Ma che peccato non ci fosse stata una corsia d’emergenza per fermarsi un attimo a respirare tutta quella grande meraviglia.

22 febbraio

A Fratta Polesine, Rovigo, al centro del cimitero c’è una costruzione che emerge su tutte le altre. Sopra la porta a vetri rifinita in ferro battuto, c’è scritto “Famiglia Matteotti”.
Dentro c’è la tomba di Giacomo Matteotti e sopra la tomba di marmo scuro, la bandiera d’Italia e la vecchia bandiera del Partito Socialista. Bandiere storiche, dai colori smunti, dove il rosso è una specie di rosa carico e sopra ci stanno anche la falce e il martello, simboli del lavoro. Sopra al marmo, anche una orchidea rinsecchita dentro la sua busta trasparente da fiorista.
Ci sono alcuni piccoli loculi che portano nomi e cognomi e ci sono vecchi articoli di giornale. C’è un foglio con foto di Giacomo Matteotti, incorniciati, con le parole in cui dice che i suoi figli potranno andare a testa alta, per le scelte del proprio padre.
Mia sorella mi racconta di questa sua amica che ha perso il lavoro. Era da tanto tempo che accudiva, per una cooperativa, una persona disabile in un paese distante una trentina di chilometri da casa. Prendeva il treno la domenica sera e tornava a casa la domenica mattina della settimana successiva. Ufficialmente doveva accudire una persona. in realtà ne accudiva due (al prezzo di una), non si potrebbe dire 24 ore su 24, ma quasi. Aspettava che arrivasse la domenica mattina per tornare a casa e stare qualche ora con sua madre. Riprendeva il treno la sera dello stesso giorno per raggiungere il posto di lavoro. In un anno ha goduto di 6 giorni di ferie.
Dopo qualche anno di quell’andazzo la madre contatta la cooperativa per chiedere spiegazioni e cosa ottiene? Che la cooperativa dà altri 6 giorni di ferie a quella persona e alla fine dei sei giorni le dicono che il lavoro non c’è più.

Due tipi di Italia.

20 febbraio

La signora col meraviglioso vestito smanicato a fiori, aveva dimenticato sulla poltroncina di vimini la brochure di questa azienda francese che fa miscugli di sementi per ottenere prati fioriti come solo in paradiso; era maggio.
Mi mancano i prati “come solo in paradiso”, mi manca seminare. Tutti dovrebbero provare (anche) questa emozione della semina a spaglio: come viene viene e quel che viene è opera della tua mano acerba nell’azione – in quell’azione lì.
Mi mancano tanto di quelle cose e mi spaventa la consapevolezza di non poterne avere nemmeno la metà di quelle che vorrei fare-essere-provare-avere-condividere-lasciare-(anche un po’ dimenticarle, dopo).
Ma va, va…

17 febbraio

SULLA SUSCETTIBILITA’ DI UN CARPINO.
Io lo so che tu fai fatica a crederci ma anche le piante hanno i loro perché, le loro idiosincrasie.
Prendi un Carpino, per esempio: lo puoi potare solamente prima che le gemme si schiudano. Non sto scherzando, è un dato di fatto. Prova tu a tagliarlo quando ha già le sue piccole, tenere foglie verde pisello: rimarrà immobile nella sua forma fino all’anno successivo, come se gli avessi fatto un torto e avesse mandato a quel paese te e le forbici che hai usato per privarlo di una parte di sè. E’ per questo motivo che lo sto potando adesso e che, a pensarci bene, forse siam già troppo avanti.
Era da un paio di anni che non li toccavo, c’è ancora tanta di quella roba in vivaio da considerare e farci la minima manutenzione ma come si fa da soli: papà diceva che “in due si è in uno e in uno si è nessuno”. Che verità!
Così niente, lunedì a pratica coi ragazzi abbiamo iniziato questo lavoro ma prima ho spiegato loro l’aspetto della suscettibilità al taglio stagionale dei carpini anche se non sono sicura che l’abbiano recepito fino in fondo. Magari un giorno.
A me il Carpino piace moltissimo: è una pianta a foglia càduca che non fa fiori particolarmente apprezzabili a livello ornamentale, le foglie sono verdi e non cambiano colore al variare delle stagioni. Sembra una pianta anonima, ma cela forza e spirito di adattamento e sviluppa forme anche molto bizzarre, se accresciuta a forma libera.
Sì adesso vado, via.
Con permesso, che domani ci si alza assai presto.

 

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